Sono a casa ammalato da qualche giorno. Una bronchitina simpatica che mi rende irascibile e asociale. Una connessione antidiluviana che provoca mini crisi di astinenza, nonostante il blackberry faccia da coadiuvante per le mail. Ma nel frattempo scopro anche che potrei essere affetto da qualcosa di più serio, una patologia che sta riformattando il mio cervello: questa mutazione, stando ad uno studio recente dell’University College di Londra, di cui La repubblica parla nel numero di Sabato 11 ottobre, riguarda tutti coloro che navigano un certo numero di ore alla settimana su internet. Iperattività, sbalzi d’umore, tendenza a dimenticare. Sono questi i sintomi del disturbo dell'attenzione, che nei bambini chiamano Adhd, "disordine da iperattività e deficit di attenzione" e poi li riempioni di Ritalin. Nei grandi invece, sta diventando una nuova patologia. Da studiare o da curare? Si stima che in America siano oltre 4 milioni le persone interessate a questo disturbo e in generale, si parla del 10% della popolazione tra 20-35 anni che soffre di disturbi della memoria precoci a vari livelli.
Vado ad approfondire la cosa e scopro che la teoria di questa ricerca ipotizza una riformattazione da web della nostra testa. In pratica, “chi usa internet salta da una parte all’altra, naviga in orizzontale tra titoli e riassunti, la sua tensione e il suo scopo non sono l’epica e il racconto, l’analisi e il profondo, ma la rapidità.”
Ne ha parlato anche il tecnologo NIcholas Carr, con un articolo dal titolo “is google making us stupid?” in cui confessa delle defaillances mentali e una crescente facilità a distrarsi. In effetti, guardandomi allo specchio mi ritrovo con molte delle considerazioni sopra esposte, con parte della loro interpretazione positiva, cioè che “internet amplifica la nostra memoria e accelera il nostro hard disk biologico”, ma anche con alcuni effetti collaterali quali la difficoltà a concentrarsi, leggere, selezionare, ricordare.
Indubbiamente il volume di informazioni che oggi riesco ad assorbire rispetto ad esempio al periodo dell’università, fatta all’epoca sui libri quando internet non era niente, è aumentato esponenzialmente. A discapito però dell’approfondimento. Oggi, la nostalgia va verso la voglia di approfondire, di andare a fondo delle cose, anche di recuperare il senso della narrazione, piuttosto che parlare a tag e sms text.
Certamente c’è un mutazione in corso, che coinvolge quelli come me che ci sono entrati nel mezzo del cammino e che ci dovranno fare i conti per molto tempo, ma soprattutto quelli che oggi sono nell’età scolastica e agli inizi di una professione. E mi chiedo:
- Per chi è nato dentro a internet, per i nostri digital native, come si svilupperà la loro capacità di ragionare, conoscere, apprendere, considerando che i libri stanno morendo, che l’approfondimento è raro, che il multitasking rende iperattivi ma spesso superficiali?
- Avremo crisi da performance? Schizofrenici intellettualoidi? Iperefficienti incapaci di andare oltre l’apparenza?
postato da: valerioblog alle ore 11:33 | Link | commenti (4)
categoria:riflessioni, internet, futuro
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