Qualche mese fa scrissi un post che citava di un’interessante ricerca paneuropea condotta da GreenLight in collaborazione con uno dei principali quotidiani inglesi, The Guardian, sul tema green e delle possibili implicazioni di marketing e comunicazione per il futuro. Finalmente, grazie alla disponibilità di Carrina, sono riuscito a recuperare la ricerca per intero e a caricarla su slideshare. Ecco qui, per chi volesse andare un po’ più in profondità sull’argomento.
Finalmente un video che dice tutta la verità sui segreti della tag "oops" di Youtube:
Un video che ricorda a tutti il modo più facile e consueto di fare spam e un manifesto idealista su come difendersi. Autore mago, di tuttoscemo. IMPERDIBILE!!!
Come dicevamo ieri, il Superbowl è una grande opportunità per un brand di farsi conoscere, ri-conoscere e stimare da una platea vastissima. Ma è anche un rischio: quello di un flop gigantico dinanzi a milioni di telespettatori. Boom o crack? Le storie sono diverse:
1984: Apple va on air con uno spot che andrà in onda una sola volta nella storia e segna indelebilmente il suo posizionamento di cultura alternativa al PC.
2007: Snickers esce con uno spot che scatena le reazioni di Gay e associazioni di difesa dei diritti umani che accusano il brand di omofobia, al punto che anche quello spot non è mai più andato in onda, ma per ragioni ben diverse da quelle di Apple.
2006: Dove fa iniziare tutta la sua campagna sulla bellezza autentica proprio con uno spot nel SuperBowl che parlava di auto-stima nelle ragazzine: è l’inizio di un nuovo corso per il brand, di cui tutti conosciamo poi l’evoluzione e i risultati.
Tra i brand nel line-up del break 2008, oltre ai soliti Bud Light, Pepsi Cola e Chevrolet, ci sono 2 interessanti novità: un ritorno e una new entry assoluta ma dal significato inequivocabile.
Victoria’s secret, ritorna al SuperBowl dopo 9 anni, nel tentativo di rivitalizzare il proprio brand.
Tide, uno dei marchi storici di P&G, farà per la prima volta la sua apparizione al Superbowl (e P&G c’è stato solo altre 2 volte con altri marchi). E la ragione di questa entrata non è tanto nel fatto che è un evento “must-be-in”, concetto che non appartiene a P&G, quanto piuttosto che l’audience del SUperbowl è cambiata considerabilmente nel tempo e oggi quasi la metà degli spettatori sono donne. Un’opportunità quindi, per parlare a 45 milioni di loro, un’occasione che P&G non poteva certamente trascurare. Dopo i successi di Cannes, è difficile dire se il brand sceglierà un ingresso soft e composto nell’evento, o spingerà sull’acceleratore per lasciare il segno.
Ma il Superbowl si dimostra anche un evento sensibile e attento ai cambiamenti di scenario: l’anno scorso Doritos lanciò forse il più grande concorso di user generated content della storia, che si chiuse con l’on air durante il Superbowl dello spot prodotto da un consumatore. Quest’anno la scelta di aprirsi a Myspace. Ma anche l’apparire di operazioni teaser da parte di brand come Bud Light che lanciano su Youtube un’anticipazione di quello che sta per arrivare (grazie mizioblog per la segnalazione):
last but niot least: per tutti quelli che vogliono farsi un’indigestione di spot da Superbowl, visitate superbowl-ads.com, l’archivio di tutti gli spot dal 1988 ad oggi.
Domenica 3 febbraio si giocherà il 42° Superbowl: New England Patriots vs New York Giants. Apparentemente, a quanto dice l’esperto mizioblog, il risultato è scontato: New England spazzerà via dal campo gli avversari.
Ma risultato a parte, è interessante riflettere su come questo evento rappresenti una strana singolarità, quasi immutabile nel tempo e insensibile ai cambiamenti di cui parliamo con serrata frequenza: frammentazione delle audience, inflazione dei media, consumatori in controllo non solo del telecomando ma della scelta a tutti gli effetti.
Ebbene, a dispetto di tutto questo, sembra che il Superbowl sia ancora l’evento mediatico mondiale per eccellenza, al punto da spingere brand e pubblicitari a sgomitare per pagare oltre 90.000 dollari a secondo per uno spot, per un totale di 2.700.000 dollari per il passaggio di uno spot da 30 secondi.
La verità è che il Superbowl rimane ancora una grande ed efficace opportunità per un brand di giocarsi il tutto per tutto, di fare boom o crack. Per capirne meglio le ragioni e sapere cosa ci aspetta domenica, e anche come riuscire a vedere gli spot, ho messo assieme questa storia in 2 parti che ci avvicinerà a domenica.
Cosa spinge allora a questo gesto di apparentemente insana follia? 3 sono i vantaggi di esserci:
Questo simpatico virale lanciato da Lynx sotto l'egida dell'intramontabile tormentone del "lynx-effect" dimostra come le buone idee abbiano gambe e possibilità di protrarsi nel tempo, con continuità e freschezza. L'insight strategico su cui poggia il posizionamento di Lynx ha permesso di creare un territorio per il brand di assoluto dominio ed unicità, in grado di distinguerlo da ogni altro concorrente, aggiungendo un plus emozionale ancora ineguagliato. Non solo, ma quello stesso insight ha consentito fino ad oggi a molti creativi di sbizzarrirsi e di sviluppare esecuzioni sempre nuove e le più strampalate.
Getinthere è la nuova esecuzione virale della medesima campagna: tanto semplice quanto profondamente autentica e rilevante. Chi non c'ha mai provato? ebbene, basta alzare leggermente il registro, rendere le situazioni un pochino iperboliche ma pur sempre reali o quantomeno verosimili (ci sarà pure qualcuno più pirla di noi che è arrivato a tanto!) ed ecco che il lynxeffect è ripartito, questa volta in modalità virale, supportato da un'operazione di seeding di goviral.
Lesson #1"Sympathy fall" e Lesson #2 "local call" sono 2 lezioni da manuale per chinque voglia tentare un approccio non convenzionale con delle ragazze:
“Dicono che un uomo riesca a cambiare la propria personalità, l’essenza alla base di chi o che cosa lui sia, del cinque per cento. Cinque per cento: il cambiamento massimo che ognuno di noi è in grado di realizzare. In un primo momento può sembrare trascurabile. Cinque per cento: che sarà mai? Una limatura d’unghia. Ma considerate la vastità della psiche umana, e quel numero acquisisce un peso reale. Milioni di metri quadri, miliardi di anni luce. Considerate quanto un cambiamento del cinque per cento possa alterare chiunque. Immaginate tessere del domino allineate in lunghe file diritte, con un mondo di possibilità a portata di tocco. Cinque per cento: tutto cambia. Cinque per cento: una persona tutta nuova. Considerato in questi termini, il cinque per cento è colossale.”
(FIGHTER di Craig Davidson, Edizioni BD)
Da planner e persona genuinamente appassionata di brand, marketing e comunicazione mi accorgo come spesso mi trovo a considerare i brand come “soggetti” importanti e in grado di avere un impatto nella vita delle persone. La stessa cosa capita altrettanto spesso nelle riunioni con i clienti e i direttori marketing o brand manager che vivono questa pontificazione in maniera ancor più accentuata.
Ma quanto contano veramente i brand per i consumatori? Non rischiamo spesso di sovrastimare questo impatto avventurandoci in terreni immaginifici e in aspettative che saranno prontamente disattese da qualsiasi persona normale?
È indubbio che i brand abbiano un peso e un ruolo nella vita degli individui e siano in grado di influenzare le scelte delle persone così come di creare delle cosiddette relazioni con le persone. È anche altrettanto vero che i brand sono evoluti in termini anche concettuali da quella che era una identificazione con la unique selling proposition degli anni ’60 e ’70, per passare all’emotional selling proposition degli anni ’80 e ’90 (con anche alcune derive consumistiche) e arrivare all’idea di cultural brand o brand utility dei giorni nostri.
È così che con una certa regolarità, diciamo 1-2 volte all’anno, torno alle origini e cerco di relativizzare e riportare alla loro dimensione originale il peso specifico dei brand che incrocio sul campo.
Il video che segue, di russell davies, è terapeutico in questo senso e mi aiuta appunto nel processo di reset.
Quando vedo un video come questo, dove i numeri hanno più forza di 1000 e 1000 parole e di tanta retorica, mi chiedo: non avrebbe forse più senso mettere a frutto le proprie capacità facendo qualcosa che possa realmente provare a cambiare le cose?
Dopo una lunga attesa è finalmente uscito il primo numero della nuova rivista “The Next Issue”. Si tratta di uno dei servizi, quello più visibile a tutti, offerti dal Future Department, il nuovo club o small world, un “exclusive global network of the most innovative minds in the business of ideas communication” e di cui ebolaindustries fa parte fin dall’inizio. L’occasione di poter allargare i confini delle nostre esperienze e di poter attingere ad uno scambio di idee ad altissimo profilo era troppo ghiotta e interessante per lasciarsela scappare. Il progetto è nella sua fase iniziale e una delle cose più interessanti è che ebolaindustries sarà anche country representative del futuredepartmentper l'Italia, per cui avremo modo di fare da trait-d’union ed elemento di trasmissione di quanto discusso e promosso all’interno di questo mondo. Spero molto presto di riuscire a darvi un po’ di aggiornamenti e qualche notizia più appetitosa.
Intanto vale sicuramente la pena di spendere un po’ di tempo a vedersi la rivista che potete scaricare qui sotto e che in questo primo numero raccoglie le firme di molti personaggi di indubbio valore, da Simon Clemmow, a John Maeda, a Russell Davies e Lars Balsthom solo per citarne alcuni e non sempre i soliti:
Thenextissue01
Dateci una scorsa e fatemi sapere cosa ne pensate. La cosa che non ho ancora capito del tutto e che sospetto dovremo aspettare il prossimo numero per capirla a fondo, è che lo spirito di questa rivista: “our aim is not to report on past events – or just talk about the future – but to play a proactive role in developing new solutions and approaches, through an ongoing conversation with the creative and business communities we serve, making intellectual and personal connections across all creative disciplines.In every other magazine, the published article represents the end of a journey: the subject has been treated, and the author and reader move on. Here every article we publish is the starting point – developed and shared by an exclusive group of the most creative minds in the world: our readers are also our contributors.”
L’idea è sicuramente originale, non ci resta che vedere come si svilupperà.
È ormai evidente a tutti che la campagna del gorilla di Cadbury è diventato un caso professionale a tutti gli effetti per me, insomma un tormentone da cui non riesco a guarire. Ne ho parlato già alcune volte, evidenziandone la portata dirompente e il seguito che ha generato in rete. Ma l’ultima grande domanda non è stata ancora risolta, o almeno non del tutto: ha funzionato?
Per poter dare questa risposta in maniera seria, dovremmo disporre di 2 informazioni su tutto: gli obiettivi di campagna, cioè che cosa si prefissava di fare e gli eventuali KPIs individuati per misurare questi obiettivi. Di questo ancora non c’è traccia nella blogsfera e tantomeno sulla stampa, ma ci sono alcune indiscrezioni che sembrano suggerire un risultato promettente.